Questioni di cuore

Questioni di cuore

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Un cuore sul proprio status. Punto.

Molti di voi avranno notato negli ultimi giorni sulla propria home di Facebook una vera “invasione” di cuori. Ovunque, postati dalle proprie amiche virtuali, uniche custodi della “verità”, del segreto dietro il quale si celava il motivo di quella catena. I curiosi non avranno di certo faticato a trovare la risposta: una catena per la sensibilizzazione alla prevenzione del cancro al seno, della durata di una settimana.

Molte donne hanno ricevuto su Messenger un messaggio che invitava a postare il cuoricino sul proprio diario. E poi: “Se qualcuno ti chiede perché hai tutti questi cuori in bacheca non rispondere. È per le donne, per ricordare la settimana di prevenzione per il cancro al seno”.

Un’iniziativa non ufficiale, in quanto si è appreso che la Lilt (Lega italiana per la lotta contro i tumori) non ha avviato alcuna campagna.

Ma la valanga di cuori ha continuato e continua a viaggiare sul social di Zuckerberg. E ci dice tante cose importanti. Non nel merito, perché si può essere d’accordo o dissentire sull’effettiva efficacia di una catena social per la lotta a un temutissimo male come il cancro al seno. Ma ci dice molto sui nostri comportamenti e sulla capacità di engagement che i social hanno: quella forza di attrazione che spinge alla partecipazione, a voler dire a tutti “anch’io partecipo”, che sia con un cuore o con un’immagine del profilo con una cornice particolare (ricordiamo tra le ultime quella contro la violenza sulle donne). Da cosa nasce la voglia di “appartenere” virtualmente a una causa? Ve lo siete chiesti, mentre anche voi postavate il cuore o il vostro #jesuisqualcosa?

Si tratta della parte forse più affascinante degli strumenti social: la capacità di coinvolgere e spingere a partecipare. Una nuova comunicazione non più passiva, unidirezionale, come quella che ci offrono altri mezzi (tv, radio, ecc.) ma un nuovo livello di rapporto bidirezionale, in cui ognuno di noi può dire la sua.

Può dire “ci sono”, può dire “voglio esserci”. E sentirsi parte di una comunità, seppur (magicamente?) da dietro il display di uno smartphone.